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Siddùr Benè Romi. Giorni feriali e shabbàt.

Siddùr Benè Romi

Giorni feriali e shabbàt

con traslitterazione a fianco e traduzione italiana

  • TITOLO: Siddùr Benè Romi
  • SOTTOTITOLO: Giorni feriali e shabbat (con traslitterazione a fianco e traduzione italiana).
  • AUTORE/I: Shemuèl Davìd Luzzatto (Shadàl), Ariel Di Segni
  • CASA EDITRICE: Morashà
  • SERIE: -
  • ANNO: 2021
  • PAGINE: 728
  • ISBN-10: -
  • ISBN-13: -

Descrizione

Libro di preghiere di rito italiano in uso oggi nelle sinagoghe, con chiare indicazioni dei brani recitati dal solo chazàn (ufficiante) e quelli recitati invece insieme al pubblico, per una partecipazione consapevole alle funzioni.

Quest’edizione presenta la traslitterazione completa in caratteri latini a fianco del testo ebraico e di quello italiano ed è rilegata con una speciale tela di tessuto plastificato e rinforzi che la rendono particolarmente resistente all’usura nel tempo.

 

Introduzione

Sfogliando alcuni libri popolari, come le haggadòt stampate nei secoli scorsi in Italia, si rimane stupiti da una strana cosa: accanto al testo originale c’è la traduzione, in italiano o ladino, ma i caratteri in cui è scritta sono ebraici.

A quei tempi c’erano persone che avevano difficoltà a capire l’ebraico dei rabbini, la lingua che parlavano era quella locale, ma l’alfabeto che più conoscevano era quello ebraico; o perlomeno si considerava come una sorta di desacralizzazione l’uso di un altro alfabeto in un libro sacro.

Dai tempi dell’emancipazione c’è stato un altro passo indietro, la progressiva perdita di conoscenza e familiarità con l’alfabeto ebraico. Si è così arrivati nello scorso secolo alla pubblicazione di libri di preghiera interamente traslitterati in caratteri latini. Lo scopo era quello di consentire di seguire la preghiera in lingua originale a un pubblico sempre più vasto che però, malgrado l’allontanamento, riconosceva una sacralità alle parole originarie che pure non riusciva a capire.

Il valore di queste pubblicazioni è pertanto ambiguo e contraddittorio: da una parte c’è lo sforzo positivo di mantenere un legame con la tradizione, dall’altra c’è la denuncia di una grave situazione di distacco dalle fonti e dai processi educativi che dovrebbero essere l’anima della vita ebraica.Che dire dunque di una nuova pubblicazione di un siddùr traslitterato come questa?

I Maestri insegnano di «Non giudicare il prossimo prima di trovarsi al suo posto» (Avòt 2, 4); bisogna certamente comprendere le notevoli difficoltà di chi si avvicina a un alfabeto e a una lingua a lui straniera a una certa età  ed è certo utile, in assenza o in supporto di un insegnante, disporre di testi con traslitterazione e traduzione sistematica. Se tutto questo è inteso come un momento formativo, una tappa di un percorso, è decisamente una buona cosa. Ma se deve essere lo stadio finale, o se si pensa che le nuove generazioni possano o debbano fare a meno di uno dei processi formativi essenziali, come l’alfabetizzazione ebraica, si commette un errore micidiale. Questo libro va quindi preso per il suo valore relativo e transitorio, con l’augurio che serva da stimolo e non sia considerato una tappa definitiva.

Riccardo Shmuel Di Segni

(Edizione Shabbàt 2011)

La Traduzione

La traduzione che affianca il testo ebraico ha origine dall’edizione del 1856 del Machazòr di rav Shemuèl Davìd Luzzatto (Shadàl), uno dei più grandi maestri dell’ebraismo italiano dell’era moderna. È su questa prestigiosa versione che Costanza Coen ha iniziato nel 2000 a elaborare un testo che tenesse conto sia delle brillanti intuizioni dell’autore, profondo conoscitore della lingua ebraica, sia della necessità di arrivare oggi a un italiano comprensibile a tutti. Questo lavoro è stato successivamente esteso ed elaborato da altri collaboratori fino all’attuale versione, utilizzando anche testi di allievi del Luzzatto e di maestri a noi più vicini, come l’enciclopedica edizione di rav M.E. Artom z.l.

Dove possibile, la traduzione originale è stata resa più aderente al senso letterale del testo ebraico, uniformando la corrispondenza tra i frequenti sinonimi e la loro trasposizione in italiano.

È chiaro che così operando potremmo aver trasgredito a molti criteri storici e filologici, e agli esperti vanno da subito le nostre scuse. Tuttavia, il progetto dei siddurìm di Morashà, in tutte le loro edizioni, ha avuto soprattutto l’intento di offrire al pubblico italiano strumenti accessibili per poter adempiere a un precetto divino, quello della tefillà, con un’immediatezza che non ponesse ostacoli alla comprensione, perlomeno superficiale, dei brani recitati in ebraico.

La redazione

Siddùr Benè Romi

Benè Romi è il nome con cui vengono chiamati gli ebrei di rito italiano nella letteratura rabbinica talmudica, dove ne vengono descritte le specifiche usanze, sin dai primi secoli dell’era volgare (p.e. TB Pesachìm 53a). Il primo siddùr di preghiere mai stampato al mondo è quello per gli ebrei italiani (Soncino 1485). Una edizione di poco posteriore (Bologna, 1540) è servita da supporto per la presente pubblicazione. Numerose altre edizioni si sono aggiunte nel tempo. Particolarmente degna di nota è quella curata da Shemuèl Davìd Luzzatto (Shadàl: Livorno, 1856), con un’ampia prefazione in cui il rito italiano viene studiato e descritto per la prima volta (rist. D. Goldschmidt, Mavò le-Machzor Benè Roma, Tel Aviv, 1966).  Il Novecento ha visto diverse pubblicazioni: ricordiamo quelle di A. Hasdà (Torino, 1905), D. Camerini (Torino, 1916) e nel secondo dopoguerra quelle di D. Prato e D. Panzieri a uso della Comunità di Roma, mentre D. Disegni curava edizioni particolari per le Comunità di Torino e Milano; va ricordata infine quella più recente di M.E. Artom con le varianti di tutte le Comunità.

La collana Siddur Benè Romi si aggiunge a questa antica tradizione dal 1999, data in cui viene pubblicata una prima edizione a uso privato del siddùr per i giorni feriali e shabbàt, fino a coprire quasi tutte le ricorrenze del ricco calendario liturgico ebraico. Caratterizzano la collana la nuova composizione elettronica dei testi (i siddurìm precedenti venivano riprodotti in anastatica con evidente degrado della leggibilità); una costante redazione critica degli stessi, che facendo riferimento a tutte le edizioni precedenti, tenga conto dei minhaghìm in uso oggi nei diversi battè hakkenèset; un’impostazione grafica che ne esalti la leggibilità e chiarisca quali sono i brani di competenza del singolo e quali del solo chazàn; delle brevi note halakhiche che possano essere finalmente di guida a chi riconosce nella tefillà non solo un bisogno del cuore, ma anche una dettagliata mitzvà; una punteggiatura ebraica moderna più comprensibile; l’uso di convenzioni grafiche che facilitano la partecipazione alla tefillà in pubblico (parentesi tonde per i brani sottovoce, parentesi quadre per quelli in coro, triangolini grigi per i punti in cui ci si inchina).

È ferma convinzione dei redattori che non solo la sopravvivenza, ma lo sviluppo e la crescita delle specifiche tradizioni comunitarie debbano essere sostenute, oltre che dalla buona volontà dei singoli, da strumenti culturali costantemente aggiornati. Speriamo che il Siddùr Benè Romi possa essere uno di questi.

La redazione


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